Storia

Sin dai Greci, terra amata e curata

per ottenere la qualità di oggi”

Saverio Rubino di “Azienda Ag. Candela – Santa Rita” 

Il territorio era abitato già da tempi molto antichi. Sulla cima del colle su cui si trova Grisì, è possibile individuare alcuni ruderi che risalgono a costruzioni caratteristiche del periodo Greco-Romano. Ne è testimonianza architettonica proprio la presenza di un antico maniero, spesso usato anche dagli Arabi. Sempre araba è l’antica torre Saracena presente ancora oggi nella contrada Disisa da cui gli Arabi potevano facilmente controllare l’intero territorio circostante. Fino alla prima metà del 700 Grisì fu gestita dai Gesuiti che risiedevano nell’antica masseria sita nell’odierno “Chiasso Riccobono” detto anche “u bagghiu”. La loro presenza è testimoniata da una lapide in pietra ritrovata e oggi conservata sotto l’altare della parrocchia. Nel 1767 il re Ferdinando III di Sicilia espulse dal regno i Gesuiti confiscandone tutti i beni, che successivamente furono messi in vendita. Acquirente del feudo fu Giuseppe Beccadelli di Bologna Gravina, principe di Camporeale e marchese della Sambuca il 22 maggio 1779. In seguito si stabilirono nell’antica masseria dei Gesuiti quattro cittadini di Montelepre che ottennero dei fondi in enfiteusi. Da qui cominciò a popolarsi nel tempo, grazie ai contadini provenienti da altri paesi vicini che venivano a lavorare le terre di Grisì, in cui scelsero di stabilirsi. La piccola masseria divenne così il primo nucleo del successivo centro abitato, via via popolatosi sempre più. Tra i primi padri popolatori del piccolo borgo di Grisì c’è proprio la famiglia Candela. Oggi il piccolo Borgo conta poco più di 900 abitanti ed il suo Santo Patrono è il Sacro Cuore di Gesù, al quale fu dedicata la chiesa sorta nel 1890. Tutti gli anni viene organizzata una festa in suo onore nei giorni 16, 17 e 18 agosto da un comitato che per tradizione viene rinnovato annualmente con il rito del passaggio della candela. Appena ricevuta, essa viene portata in mano durante le processione precedendo la Vara del Sacro Cuore Di Gesù, trasportata a spalla dal comitato uscente e seguita dalla banda musicale e dai fedeli.


« Un grande Re turco incontrando dei siciliani domandò loro: – Si sbancò u Bancu ri Disisa?- e alla risposta negativa esclamò: -Povira Sicilia!- »

(Antico detto popolare)

Un’antica leggenda araba narra che in una grotta presso il Feudo Disisa, nei pressi di Grisì, un ricco saraceno abbia nascosto tesori immensi tali da far ricca l’intera Sicilia, abbandonati lì quando gli Arabi furono cacciati dall’isola nel 1091 dai Normanni. I tesori vengono anche chiamati col nome: u Bancu ri Disisa. Raccontano gli antichi che ci sia una grande quantità di monete d’oro e d’argento, e che coloro che si avventurano dentro la grotta restino a bocca spalancata per ciò che vedono: tutto è un luccichio d’oro e di brillanti disseminati per terra, preziosi oggetti ammucchiati qua e là. Alcuni spiriti in sembianze umane giocano alle bocce, ai dadi o a carte, seduti su monete di purissimo oro e su gioielli e pietre preziose. Il tesoro non è custodito, ma chi cercasse di portarlo via, non riuscirà a trovare l’uscita fin quando non avrà lasciato l’ultima moneta dentro la grotta. Si dice che qualcuno addirittura abbia tentato di far uscire delle monete facendole ingoiare ad un cane dentro una mollica di pane, ma nemmeno quest’ultimo sarebbe riuscito ad uscire dalla grotta, se non espellendo le monete. Si tramanda che l’unico modo per portar via il tesoro sia quello di trovare tre persone di nome Santi Turrisi, ognuno proveniente dai tre angoli dell’allora regno, e far loro uccidere una giumenta bianca, toglierle le interiora e mangiarle fritte dentro la grotta. Infine anche i tre devono essere uccisi e dunque solo attraverso questo rito, chiunque potrà impadronirsi del grande tesoro. Un’altra versione della leggenda narra che il tesoro potrà essere conquistato qualora venga letto il libro posto all’interno ad alta voce e alla luce di una candela, senza farsi terrorizzare da rumori e voci sinistre degli spiriti della grotta.

Non è da escludere che la probabile etimologia di Grisì cioè “Terra d’Oro” faccia anche riferimento proprio al tesoro della grotta.

La leggenda è trattata da grandi studiosi di tradizioni popolari ed etno-antropologi siciliani quali Giuseppe Pitrè, Giuseppe Cocchiara e Salvatore Salomone Marino ed è inoltre testo di una canzone scritta dal cantautore italiano Mario Venuti intitolata Il banco di Disisa inclusa nell’album Il tramonto dell’Occidente del 2014.


Ascolta Il banco di Disisa